Okay. Entriamo in macchina. Calzaghe l’accende.  Al posto di blocco ci pensiamo dopo. 

Serata di merda, ma non è questo il punto. Gli chiedo Oh ma e ieri la festa?, Minchia, una busta mi risponde. Porca troia. Ma scusa ma non suonava il tuo amico, quello solo bravo? Eja, ma c’era poca gente, mi sono sberlato con una e me ne sono andato. E poi? Minca, ci ho sbroccato tutto proprio vicino all’entrata di Lello. No vabbè, e la tipa? Eh, (ride) se n’è andata. Ridiamo poi restiamo zitti per tutto il lungomare. Accendo la radio. Cagliari stasera è una canzone al contrario. Le luci ci abbagliano in un fascio intermittente. Ci sono bottiglie d’Ichnusa devastate sull’asfalto. Calzaghe abbassa il finestrino, il fumo si disperde come tutti i nostri pensieri. Oh, passa in piazza che devo vedere a comesichiama. Faccio un cenno con la testa. Quello che resta di queste strade sono solo serrande distrutte e angoli pisciati.

Ci sono tre storie.

Nella prima un pezzo di merda rovina la sua vita pur di inseguire i suoi sogni. Nella seconda, lo stesso pezzo di merda ci riprova, ma fallisce. La terza storia, invece, è quella di un bastardo che è convinto di potercela fare ma non ha fatto i conti col passato.

A nove anni mi gridavano Spegni quella cazzo di radio, e io parlavo più forte. Blateravo di un qualsiasi argomento pur di farmi ascoltare. Mentre dall’altra stanza le urla arrivavano sempre più vicine, immaginavo già il dolore. Gli schiaffi come tifoni. Per tutto il resto del tempo poi stavo zitto. Da solo, da qualche parte.

Ciao chicco, ‘nza? Tutto bene? Eja certo, risponde Calzaghe. Tu, con Vale? Coso di faccia diventa un parcheggio, Lasciamo perdere… Asco’, frari, comunque… Quindi? Carico? Boh, c’ho mezzo grammo, va bene? Cosa ti serviva, uno zerodue? Eh, minca! Perfetto! Lascia. Si abbracciano poi torna in macchina. Ce lo facciamo dal caddozzo? Prima mangiamo però, gli dico. E secondo te?, mi sto zaccando dalla fame, ci prendiamo due birrette in scioltezza. Il telefono in tasca continua a vibrare. Non rispondo. Arriviamo dai caddozzi senza dirci nulla per tutto il viaggio.

Da Via Roma a Viale Diaz, tutta Saint Tropez, tutti i quartieri, Is Mirrions, Stampace, la Marina, Santa, San Michele, Villanova, Castello, da Viale Bonaria all’Ossigeno, da Via Serucci a Via Cornalias, Piazza Yenne, Piazza del Carmine, Via Cadello, Via Baccaredda, Via Sonnino, fino a Viale Trieste, Viale Elmas, Viale Monastir. Cagliari forse un giorno ci perdonerà.

Completo con cavallo. Salse? Maionese, ketchup? Eja, perfetto!, risponde Calzaghe. Anche due mezze, aggiungo. Ci sediamo sul marciapiede. Tirati in coca dispensano i loro subwoofer dalle Mini di seconda mano che ci sfrecciano davanti. Calzaghe dice che un giorno se ne andrà, che qui non c’è lavoro eccetera. Mentre mi parla distoglie lo sguardo. Arrivano le luci blu. Tutti iniziano a borbottare. Il giustino scende in fretta e ferma uno a colpo sicuro. Il tipo sbraita. Alza la voce. Dice che hanno sbagliato, che non è lui, che non ha niente. Noi continuiamo a mangiare. Nella mischia parte qualche spinta. Chi osserva iniziare a urlare. Lo sbirro sfiora la fondina. Ci sono luci blu che accecano noi e tutte le nostre speranze.

Dura un attimo.

Due colpi in aria. Ripenso a tutti i santi e a tutti i figli di puttana che non ce l’hanno fatta.