A volte, il fulcro alla base di un buon libro non è solo la tecnica o lo stile: ma il coraggio. E tra gli scrittori italiani contemporanei di maggior rilievo, Michele Vaccari sa farsi notare, infatti, proprio per il coraggio delle proprie scelte, siano esse stilistiche o tematiche.

Editor per Chiarelettere con la collana Altrove, ha esordito nel 2007 per Isbn con Italian Fiction, a cui sono seguiti Giovani, nazisti e disoccupati (Castelvecchi 2010), L’onnipotente (Laurana 2011) e Il tuo nemico (Frassinelli 2017). Nel 2018 ha pubblicato il suo ultimo romanzo per Rizzoli, Un marito, dove racconta il dramma di una coppia comune, Ferdinando e Patrizia, rosticcieri storici di una Marassi quasi cristallizzata, e devastati da un evento tragico e incredibile allo stesso tempo.

Ciao Michele, partiamo dal tuo ultimo romanzo, Un marito, in cui parli di due persone comuni che tu inserisci in un contesto ordinario ed estremo contemporaneamente. Cosa ti ha spinto a creare una storia come quella di Patrizia e Fernando?

Allora, io ho scritto la storia di Patrizia e Ferdinando perché c’erano due forti necessità in me: una era quella di raccontare qualcosa che in qualche modo attenesse al mio biografico o al mondo che mi ha prodotto, che poi non è il mondo in cui sono diventato adulto, ma è il mondo della mia infanzia, dove ho mantenuto salde le radici per una decina d’anni, che vale tutta la tua vita di narratore, come dice Dickens, e io rispetto molto questa cosa, cioè che i nostri primi dieci anni fondano la tua narrazione, il tuo immaginario, fondano il tuo futuro come autore, al di là del fatto che la vita tu la svolga da altre parti. È il luogo che mi appartiene anche perché là dentro c’è una storia che io voglio raccontare della mia famiglia, e sta in quel luogo lì. Quindi era anche un modo per fare delle prove tecniche. E poi volevo raccontare questo misto strano che c’è in quel quartiere tra selvatico e abusivismo edilizio, che in realtà poi è il racconto di un altro mix interessante che è quello tra italiani che da una parte amano la cucina italiana e dall’altra non si accorgono che quell’amare la cucina italiana in realtà è un amare le tradizione e quindi il tendere ad autoconservarsi a scapito di chiunque.

È un qualcosa che secondo me aveva una sovrapposizione interessante. Perché noi vediamo tradizioni buone e tradizioni cattive. Quando invece è solo tradizione: non esiste tradizione buona e tradizione cattiva, esiste come tu ti approcci alla tradizione. Puoi approcciarti con folklore o puoi approcciarti con estremismo, e a seconda di quello che tu hai, hai una persona che va a una sagra e mangia un piatto tipico e dall’altra hai un tizio che fa una strage per difendere l’invasione. Mi piaceva questa convivenza di questi due medesimi aspetti all’interno della stessa parola. È il doppio significato, il lato oscuro dell’Italia. Una contraddizione splendida perché non viene mai raccontata. E non viene mai raccontata la relazione. Cioè, tu vedi La Prova del Cuoco e poi vedi il TG2 dove Salvini dice delle cose, e non le associ ma in realtà c’è una continuità, c’è una narrazione simile, c’è un filo rosso che li lega inevitabilmente e anzi, La Prova del Cuoco serve a far passare il TG2. È un metodo, un modo. È quello che a me interessa. Cioè il fatto del razzismo sotterraneo e il malessere sotterraneo di essere noi stessi che ci teniamo alla cultura italiana e non leggiamo narrativa italiana contemporanea.

Che ruolo ha per te, quindi, la letteratura nel raccontare o destrutturare il presente?

Per me la letteratura dev’essere qualcosa che ha il coraggio di raccontare l’invisibile. Che sembra una frase fatta, ma in realtà  siamo circondati da libri che mostrano il visibile, confermano il visibile. Perché poi, soprattutto, il problema non è mostrare il visibile ma confermare gli stereotipi. Ci sono molti romanzi che mostrano quello che noi vediamo  e lo fanno da vari punti di vista, la grande letteratura no?, che riesce a vedere le cose da destra sinistra, da sotto da sopra. Poi invece c’è una letteratura che conferma il visibile e quindi ti fa vedere che sono importanti delle cose che già al visibile sono patrimonio del retorico. Non so, se io racconto una storia di una coppia, voglio raccontare la storia di due rosticcieri, perché sono invisibili due rosticcieri, perché è invisibile il lavoro in questo Paese, e nei romanzi sono solo visibili i lavori intellettuali. Come se, noi lettori, dovessimo vivere a nostra volta in dei romanzi in cui i protagonisti sono degli scrittori, dei professori universitari, dei medici,  degli avvocati, dei giudici, cioè tutte figure di un’alta borghesia, che non corrispondono ai lettori. I lettori che hanno 15€ per comprare un libro sono persone che vengono da qualsiasi estrazione sociale: sono insegnanti sono operai, sono impiegati, sono negozianti.

Io volevo poi tornare ad un’interrogazione che era quella del verismo, che non è un’invenzione mia infatti, ma è il fatto che noi abbiamo perso quest’interrogazione nel momento in cui il romanzo è diventato il romanzo impegnato. Allora, quando la cultura è diventata il “romanzo impegnato”, abbiamo perso la possibilità di poter vivere le vere storie, col taglio magari del genere, che sono le storie degli italiani o comunque delle persone che ci circondano e di interrogarci sul vero malessere. Che non è un malessere simbolico, ma è un malessere quotidiano. Perché se la politica non riesce a farlo deve farlo la letteratura, in qualche modo. Ci deve essere qualcuno che si deve assumere ‘sta cazzo di responsabilità di interrogarsi, senza porsi risposte, senza dare messaggi, ma interrogarsi. Tutti che parliamo del nulla ai festival e sembra orrore che lo scrittore si ponga in modo politico contrario a questa direzione da suicidio della società.

In questo senso per te Un marito rappresenta quindi il tuo manifesto poetico, ideologico?

Sì, Un marito è un romanzo che mi è venuto su così, da solo, l’ho riscritto solo due volte. Di solito i romanzi li riscrivo trenta/quaranta volte, navigo veramente nella nebbia costante di sapere dove sto andando, quanto sono retorico, quanto non sono retorico. Ci sono dei personaggi che invece partivano da una domanda, e la domanda era: cosa succederebbe se ci fossero due persone votate alla mancanza di cambiamento? Da quella domanda, che ovviamente è una domanda contraria, ho pensato di costruire un romanzo in cui anche la storia d’amore era tutta costruita al contrario. Cioè in cui tu hai un sentimento che  li lega tra loro due ma sono due personaggi che non sono sdolcinati. Si può fare una storia d’amore tra due persone che vivono trent’anni insieme e non è sdolcinata? Si può fare comunque una storia romantica parlando comunque di morte senza che nessuno dei due personaggi muoia? Cioè, quindi, tutto il lavoro che io ho voluto fare era proprio di girare costantemente la palla, fraintendere continuamente, ed è il mio manifesto, sì. In questo sì.

Cioè per me la letteratura lo dicevo anche in un’intervista per La Lettura, è fraintendimento. Lo scrittore dà per togliere, lo scrittore deve essere un prestigiatore. Lo scrittore non deve venire incontro al pensiero urlato, generalista, di chi già s’è formato guardando i telegiornali, leggendo Carofiglio. Cioè deve dirgli, deve instillargli il dubbio, che quello che sta vedendo non è vero. Deve instillarli il dubbio che quello che vede e che pensa delle donne non è vero, quello che pensa dei bambini non è vero,  quello che pensa degli uomini non è vero, quello che pensa degli scrittori non è vero. Non è vero che gli scrittori parlano solo degli scrittori. Non è vero che le donne vogliono essere tutte in carriera, o che tutte le donne vogliono essere mamme e che hanno il senso materno. Ci sono delle donne che vorrebbero uccidere i loro figli, e ci sono degli uomini che invece vorrebbero restare chiusi in una stanze e piangere per tre giorni. Ci può essere anche questo. E ci deve essere anche questo. Se la letteratura deve essere con l’uomo che salva la donna, o con la donna che ha quattro figli e deve avere un sacco di lavori perché comunque il mondo non la capisce. Perché il mondo non deve mai capire le donne? Magari c’è un mondo in cui le donne invece sono capite, cazzo. Allora interrogarsi su quello, al di là del fatto che poi uno riesca a portarla a casa, rischiando il fallimento, o fare un romanzo che rischi di fare una lingua che non esiste.  E volevo fare un romanzo che non esisteva, anche con la presunzione di dire io sono l’unico scrittore italiano della mia generazione che non sta lì seduto ad ascoltare il critico confermandogli “Ah, gli unici scrittori italiani hanno più di 50 anni, noi miserabili al di sotto dei 50 anni non siamo neanche annoverabili nei nostri libri di critica”. No, fanculo. Io lo faccio. Tutto quello che pensate o affermate con spocchia che gli scrittori italiani non sappiano fare o non facciano, io lo faccio. E le vostre generalizzazioni se continuano confermano che non leggete quanto dovreste per fare affermazioni simili. E se voi non lo vedete il problema è perché il problema siete voi. Perché siete gli stessi critici, figli di una generazione di critici che non ha visto Berto quando Berto è uscito, che non ha visto Papini quando è uscito, che snobbava Fenoglio o liquidava Buzzati come autore per bambini. Quindi per me non siete credibili allora e non siete credibili neanche oggi. E anche quando ci prendono io diffido.

Di solito come strutturi il tuo lavoro? Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

Sono due mesi di lavoro in realtà. Io strutturo il mio lavoro così: ci penso tantissimo, ultimamente. Ho fatto i primi tre romanzi che sono stati fallimentari e scrivevo mentre pensavo e quindi succedeva che i romanzi erano in una prima parte una merda e nella seconda, ancora decente, o leggibile. Ho proprio deciso di fare questo cambio da Giovani, nazisti e disoccupati in poi. Ragioniamo, ragioniamo, ragioniamo, puliamo puliamo, puliamo. Chiarire, perché ovviamente l’ansia da riconoscimento ha portato la mia scrittura ad essere spesso molto ridondante ed eccessivamente “Mamma guarda, sull’altalena senza mani!”, e questa cosa è sicuramente fastidiosa e anche a rileggermi mi dà molto fastidio. Quindi io adesso ragiono molto, ragiono tanto, poi ad un certo punto scrivo.

Un marito è venuto fuori probabilmente da un’impellenza atavica, è  venuto giù tutto insieme come una colica renale, vedevo tutte le immagini, sapevo cosa dovevo fare capitolo dopo capitolo. Non mi sono posto tutti i problemi che mi ponevo prima. Tipo: devo scrivere un romanzo che abbia ritmo, devo scrivere un romanzo in cui i personaggi si dicano frasi fantastiche… No, mi sono posto il problema che loro non sembrassero reali, pur essendo totalmente immersi nella realtà, cioè come se fossero piovuti da Saturno verso Marassi, perché Marassi è talmente esotico che può produrre appunto dei personaggi così esotici che non c’entrano niente, con se stessa persino, e poi ho utilizzato il sistema che usano i bravi scrittori, che non avevo mai utilizzato nella mia vita. Cioè ho parlato con una terapeuta che mi ha dato un consiglio su come costruire la scena con la psicologa. L’ho fatta scrivere a lei la scena, e poi l’ho riscritta per dargli un attimo di colore e struttura, ma quella donna mi ha mostrato delle cose che erano perfette e completamente antiretoriche  rispetto a quella che può essere una seduta di terapia. E ho ragionato su una cosa eclatante e di cui nessuno parla più: il terrorismo in Italia. Ma ho cercato di ribaltare l’ide che dice che il terrorismo dev’essere qualcosa di matrice straniera, ma che fosse una cosa di matrice italiana e che soprattutto fosse una roba di matrice democratica contro un’anarchia che esisteva già nel nostro Paese. Volevo ribaltare qualsiasi cosa che uno possa pensare sui personaggi. Sono spiaciuto solo dal fatto che molte persone pensino che lei, Patrizia, sia morta, perché in realtà il mio obiettivo era proprio quello di dire, non è un romanzo che racconta la morte di qualcuno, ma  è un romanzo che racconta l’elaborazione di qualcosa che sei costretto a elaborare perché tutta la società ti ha detto che devi farlo. Che è quello che ci succede quando tu non hai un lavoro, e non hai un lavoro fisso e magari vuoi scrivere, e tutti dicono “Trovati un lavoro  fisso, devi trovarti un lavoro fisso!”, cioè come se ti dicessero “Ma guarda che Patrizia è morta, Patrizia è morta”. Devo migliorare ancora molto.

Quindi da cosa trai ispirazione per le tue storie?

Traggo ispirazione principalmente da quello che, dal mio punto di vista, non è stato raccontato. Ed è il mio fallimento questo, in realtà, perché mi rendo conto che la maggior parte degli scrittori fa esattamente il contrario. La maggior parte degli scrittori italiani sceglie il contrario esatto. Cioè i personaggi che pensano che i lettori vorrebbero diventare. Vorresti diventare un medico? Vorresti diventare un avvocato? Vorresti diventare un commissario di polizia? Vorresti diventare uno sbirro? Tutte queste cose qua. E questa è una scelta. Oppure i personaggi che trovano sono personaggi strampalati che hanno una malattia di qualche tipo: o hanno l’ansia, o una malattia fisica, o stanno sempre lì a perdere otto ore al giorno a pensare a loro stessi, a riflette, a mangiarsi l’anima. Quindi sempre questi personaggi in qualche modo ottocenteschi, che non riescono a uscire dall’Ottocento, che non hanno accettato nella loro letteratura il postmoderno, che non sono figli della contemporaneità per nulla, e soprattutto non hanno uno stimolo di lingua coraggiosa, sono veramente pochi gli scrittori che hanno quella cosa lì. E quindi io cerco anche di far quello, cioè di rischiare sulla mia pelle di fallire costantemente. Ma non lo faccio perché ovviamente mi piace pensare di essere bravo e avere un riconoscimento di critica, lo faccio perché conosco la storia della letteratura italiana, e so che va avanti per questo. Non va avanti per i Carlo Cassola o la letteratura risorgimentale, va avanti perché Buzzati prova a fare Un amore, va avanti perché Silvio D’Arzo racconta di una vedova che chiede il permesso a un prede per suicidarsi e gli chiede se è una cosa corretta. Va avanti perché ci sono scrittori che decidono di non pubblicare finché muoiono come Morselli, che basta, si son stancati di ‘sto paese del cazzo. Va avanti per i Bianciardi, va avanti per i Tarchetti, per le Annamaria Ortese, per le Morante. Cioè va avanti per questi qua. Non va avanti veramente per quelli che stanno a ricevere gli applausi delle vecchie nelle biblioteche, la letteratura non è la poltrona in cui si siedono i vecchi. Perché poi non è solo un Paese di vecchi questo, è un Paese anche di ragazzi che servono i vecchi. Che è uno dei temi fondanti del mio prossimo romanzo.

In merito a questo è cambiato il tuo modo di approcciarti ad un’idea di storia, magari anche in fase embrionale, rispetto, appunto, alle tue prime opere?

Sì, infatti una cosa che dico sempre è “Ragazzi non fate come me”. Cioè non pensate a pubblicare. Che è una cosa che ovviamente non vale un cazzo detta a un ventisettenne o a un ventiseienne perché ovviamente quella fame lì non gliela levi. però intendo dire: non pensate a pubblicare che è una cosa divertente, okay? Io ero uno che si voleva divertire coi libri, e non riuscivo, ero molto ignorante, lo sono ancora, ma allora ero davvero tanto ignorante, e non avevo il rispetto adeguato per questa disciplina. È un po’ come il rispetto per un’arte marziale. Io ero così, vedevo la gente che diceva “Sì, cioè, ho fatto un libro, sì, no, boh, mi è venuta ‘st’idea”… Quell’approccio lì secondo me è sbagliato e lo ritengo poi, come dire, diseducativo verso noi stessi. Quando diciamo poi “La gente non legge”, la gente non legge perché spesso non riesce a vedere a volte la provenienza disciplinare di alcuni autori italiani, tantissimi autori italiani, che manca nel loro scrivere. E quindi quello che in blocco ho cambiato nella mia vita è quello, che ho cominciato ad avere rispetto, non tanto per me stesso, ma da quello da cui provengo. Se mi devo inserire nel filone, la prima cosa è quella che devo avere rispetto come prima cosa per la letteratura, la seconda è trasmettere la passione di leggere altri libri e non di parlare sempre del mio eccetera. Quando scrivo una storia perché io in questo libro, perché io qui… E sticazzi. Cioè, usciamo da questo ragionamento ombelicale, sfruttiamo la posizione privilegiata che abbiamo alcune volte, per parlare di quanto c’è da leggere fuori.

Facendo sempre riferimento ai tuoi esordi, tu con quali autori ti sei formato?

Mah, io sono partito, che ero un grande appassionato da ragazzo di quella cosiddetta fantascienza sociale, e quindi mi piaceva Huxley, mi piaceva Ballard, mi piaceva Orwell, Le Guin, mi piaceva Gibson, Bruce Sterling, Neal Stephenson. Mi piacevano una serie di autori che però mi davano l’idea di non rimanere nella realtà di oggi e mi davano la possibilità o di sognare o immaginare, mi permettavano di sognare un posto diverso da casa mia che odiavo, di essere creativo. In realtà, io avevo quella fame: della creatività. Per me al primo posto c’era fare cose creative, essere creativo, e per creativo intendo immaginare soprattutto un presente diverso più che un futuro. Non mi interessava un cazzo della space opera, non mi interessava niente degli alieni, allora. Mi interessava il presente alternativo di due anni dopo, di tre anni dopo di quattro anni dopo, o la modernità che io vedevo intorno a me, che io vedevo fantastica, grottesca.

A parte quello, dall’altra c’è tanto cinema, e robe tipo Petri, Margheriti, Bava, Jackson, Peckinpah, Marco Risi, Haneke, Lynch, Caligari, Fulci, Monicelli, Buñuel, e tutto quello che sta al confine con la realtà, Cronenberg, Carpenter. Mi sono sempre piaciuti autori che hanno lavorato sul classico spostando la freccia della contemporaneità, e quindi è per quello che gli italiani che ho amato sono Fenoglio, Pavese, Calvino, tutta la scuola Einaudi di quegli anni, ma soprattutto Nanni Balestrini, autore per me fondamentale. I furiosi è un libro che a me ha cambiato la vita, totalmente. Nella mia infanzia invece ero più un bambino che leggeva Verne, Poe, Stevenson, tutta la letteratura inglese, in particolar modo la letteratura dell’horror, King, ovviamente, tutto quel tipo di letteratura lì. Poi verso i 19 anni ho conosciuto questi scrittori per me sperimentali che hanno cambiato il mio approccio alla lingua, Hubert Selby Jr., in primis, Céline ovviamente, ma anche De Lillo. E poi c’è stata questa cosa scioccante per me che è stata la letteratura cannibale. Avevo 16 anni. Per tutta la mia generazione Ammaniti Scarpa con Gli occhi sulla graticola, Aldo Nove con Superwoobinda, sono stati mega formativi, più di qualsiasi altra cosa. Perché siamo stati l’ultima generazione ad essere influenzata dalla letteratura, dai libri. Poi è finita. È difficile che ci sia una generazione dopo così. Fondamentalmente è quello.

Qual è stato il tuo percorso editoriale?

Be’, è stato un mezzo fiasco il mio percorso. Perché io nel 2007 ho fatto Italian fiction, nel 2010 dopo 3 anni che il mio agente, ai tempi Nicolazzini che non faceva nulla e non riusciva a trovare editori, sbaglia questa possibilità di un contratto con Stile Libero e quindi io mi ritrovo in Castelvecchi. Grande depressione da parte mia perché io volevo lavorare con Severino Cesari da quando avevo 14 anni, quindi figurati com’ero proprio ridotto mentalmente. Anche perché non avevo quell’età per cui dici, “Vabbè, fanculo”, e soprattutto il secondo romanzo non era un gran romanzo. Mi ritrovo in Castelvecchi con Cristiano Armati e Dario Morgante, in un periodo in cui ero totalmente abbandonato dal mio agente, non gliene fregava più niente di me, con questi due personaggi assurdi e allucinanti che credevano di sfondare con una collana, boh, che decidono di mettermi una svastica in copertina e decidono di chiamare un libro Giovani, nazisti e disoccupati. Un libro che si chiamava Basta essere giovani. E siamo arrivati al giorno prima della stampa che m’impunto e m’impunto con il mio agente, e gli dico che non voglio che esca un mio romanzo con la svastica, non voglio che esca un mio romanzo come Giovani, nazisti e disoccupati, e il mio agente mi dice “No, è così”. Quindi mi prendo sta bollatura terribile di titolo che mi porterò fino alla tomba con ‘sta svastica in copertina, e il giorno dopo trancio il contratto con il mio agente, non faccio praticamente presentazioni di questo libro. Mi vergogno da morire per questa cosa, entro in un periodo di depressione totale.

L’anno dopo faccio ancora un libro, anche quello lì maltrattato, fatto male, insultato senza nessun motivo…

Dalla critica?

Sì, da gente che aveva mille anni mentalmente e ancora oggi si riempie la bocca di stare sul pezzo e occupa due o tre posizioni di potere e ti dice che non ne ha e non capisce un cazzo dei mezzi moderni, non capisce un cazzo del viral marketing. È come se vedesse una deputata aizzasse la sua fan base contro una vestita con la minigonna e dicesse “Questa è una troia”, è la stessa cosa. Cioè, tu guardi un video di viral marketing e dici “Ah! Ma sta maltrattando una donna!”… Ma puttanaeva è fiction! Solo la tua ignoranza non ti permette di capirlo. E a parte il fatto che non capisci nemmeno il senso della critica contraria. Cioè in quel fatto, in quel video, che sancisce di fatto, appunto, la fine del mio percorso editoriale per 6 anni, c’è una donna che viene picchiata da un prete. Qual è il messaggio? Cioè è evidente a  un decerebrato qual è il messaggio. Il messaggio chiaro ed evidente è che la Chiesa pesta le donne. Punto. Non è che ci vuole molto. Ma è ovvio che succeda, ho ragionato dopo. Ho cagato nel loro prato. Sono persone che hanno occupato tutto e anche la morale è di loro esclusiva  competenza, gente a cui piace strizzare l’occhio al cattolicesimo e dall’altra le cause delle donne. Ovvio che puzza di ipocrisia sta cosa. Ma è  gente che sul femminismo crede di avere il brevetto e l’uso esclusivo, ci ha costruito una carriera e allora  quando qualcun altro parla di femminismo “Sono l’unica che deve parlare”, allora devono cavalcare la cosa, distruggendoti la vita e facendo finta che poi dopo “No, non è vero”. Facendo finta che tu esageri tanto loro avevano il culo al caldo come sempre che gli frega no? E nessuno mi ha difeso o detto a o b perché l’editoria è un covo di omertosi che stanno zitti perché hanno paura di bruciarsi questo o quel contatto.

Grazie a questa innocente untrice mi son beccato decine decine e decine di mail di gente che m’insultava e mi augurava la morte. La casa editrice allora per rivalorizzare il libro decide di candidarlo allo Strega. Va per fare la candidatura e il giorno dopo Mozzi scrive un articolo su Repubblica, dicendo che in quanto consulente della casa editrice boicottava il romanzo per sposare la causa di, non mi ricordo chi, forse era la Tommasini.

E niente, loro hanno deciso scientemente di distruggere una persona, un uomo di trent’anni, così. Fregandosene completamente. Vai a vedere se vedevano in quel libro la possibilità di essere schiacciati loro o vai a capire… Il libro faceva schifo, non era un gran libro, era un libro piccolo, che usciva in 600 copie  per Laurana. Non era un libro importante, era proprio una volontà di dirci “Ci stai sul cazzo”. E ti dobbiamo distruggere perché noi abbiamo il volere e il potere in Italia di farlo. Abbiamo 60 anni e noi comandiamo in questo Paese. Quindi non ci rompere i coglioni. Se ti diciamo che è così ti devi levare dal cazzo”. Grazie a questo io ho lavorato ancora un anno in Transeuropa, poi per cinque anni non ho più potuto lavorare in editoria. Perché nessuna persona lavorava con me in editoria, perché quella cosa lì aveva aperto praticamente uno Tsunami, e tutte le persone che conoscevo mi avevano voltato le spalle, quindi io fino al 2016 non potevo tornare. Nel frattempo Daniele Pinna è stato l’unico a fottersene di sto circo e mi ha preso nell’Agenzia Kalama, e da quel momento lì, grazie a lui, e grazie a poche altre persone che avevano fiducia in me e nel mio lavoro, mi sono ricostruito un percorso personale come se fossi stato uno che avesse fatto una strage o avesse stuprato dei bambini. Con gli editori che mi dicono ancora oggi “Sai, con la tua storia…”, come se io lo fossi davvero un maniaco. Cioè siamo arrivati al punto, e a me questa cosa mi manda fuori di testa, ma non per me, in generale, siamo arrivati proprio al punto in cui tu hai subito una cosa da vittima, e non solo hai subito da vittima, ma ti dicono “è però è colpa tua, perché sai ti sei fatto stuprare…”. Cioè forse non avresti dovuto dirlo che ti hanno stuprato. E poi dopo fanno la campagna sulle donne, sugli omosessuali, sui migranti e hanno questo tipo di atteggiamento verso la vita. Poi appunto arriva la casa editrice Frassinelli con cui pubblico Il tuo nemico, e poi arriva nel 2018 la Rizzoli con cui faccio Un marito.

In che modo vorresti essere percepito come scrittore?

Vorrei che venissero percepiti i miei romanzi. E non che si facesse la sovrapposizione tra quello che penso, quello che posso anche dire pubblicamente e quello che scrivo. Sono due cose diverse. La storia della letteratura è fatta di autori che pensano delle cose, rispetto alla contemporaneità, e sono giudicati per i loro libri. Non viene giudicata prima la persona e poi la sua opera.

E il tuo rapporto con le riviste, da esordiente?

Io zero, in realtà ho provato a mandare cose per due riviste: una si chiamava Strane Storie, e l’altra credo Virgolettiamo, una cosa del genere, e quello è stato il mio rapporto all’inizio. Era il 1999 e avevo creato un fan club su YahooGroup su Ammaniti. Un solo iscritto: Marco Peano. Quello era il livello della rete. Ho anche vinto un secondo premio credevo fosse il Valhalla. Stiamo parlando veramente dell’anteguerra, forse 2002-2003… Ma poi in realtà io sono proprio scarso a scrivere racconti. Ammiro molto chi è capace di farlo tipo Michele Orti-Manara o la Milone o Camurri o Zardi o Ricci che sono bravissimi. Io sono scarso anche perché poi i racconti ho sempre pensato di farli come una roba divertente e non è il mio pane, o sono degli esperimenti per dei romanzi. Poi non ho la capacità di essere così preciso, e così focalizzato su un arco narrativo di così breve termine.

Hai bisogno di avere più tempo per articolare meglio la narrazione, in pratica…

Sì mi viene la parabola moralistica o roba di quel tipo lì, o devo pensare che ci deve essere un finale eccetera: sono molto banale. (ride)

Senti, abbiamo parlato del tuo percorso formativo, ma quali sono i tuoi riferimenti attuali? Chi leggi ora?

In realtà io faccio un’alternanza tra 3 cose fondamentalmente: i classici, che proprio mi sto mettendo programmaticamente di finirne alcuni, cioè voglio finire di leggere Dickens, voglio finire di leggere Faulkner, voglio leggere Dostoevskij “bene”, voglio leggere “bene” Nabokov, voglio leggere ed è molto faticoso perché non è il mio mondo, cioè non è proprio la mia letteratura alcune volte. Però lo voglio capirla perché mi serve visto l’amore che gli autori italiani ne hanno tipo la letteratura sudamericana e in particolar modo quella argentina e quella cilena. E se ci voglio lavorare devo conoscere i loro riferimenti. O finisco come quegli editor che rifiutano i romanzi perché sono degli ignoranti e non hanno capito la matrice.

Ovviamente poi ritorno sulle mie letture preferite che sono i contemporanei americani e i contemporanei italiani, che sono le cose su cui mi formo totalmente, non riesco a capire ma forse è un mio limite tutto l’est europeo, anche se ci sto provando, ma mi fa proprio fatica. Perché non credo che una scrittura complessa sia una scrittura per forza figa e neanche una scrittura escatologica o ombelicale sia per forza una cosa figa e pazzesca. Però rispetto molto e sono molto incuriosito e mi piace molto chi pompa questo tipo di mondo perché non mi appartiene. Poi seguo molte case editrici piccole che mi permettono di scoprire delle cose Pidgin edizioni, seguo Ex Orma e leggo Adrian Bravi, mi piace un sacco come scrive. Oppure trovo e scopro delle autrici come Maria Rosaria Valentini, che come sai, amo moltissimo, e scopro altre autrici come Elisa Cassari di Eliot, che è un’autrice italiana contemporanea molto brava. Mi piace scoprire quello che non so non ho delle cose che voglio leggere o che seguo più di altre.

Leggo di solito due o tre romanzi insieme, adesso ho finito La volontà del male di Chaon, e l’ho trovato magnifico, stupendo quel libro, struttura encomiabile. Poi leggerò  Donaera sempre di NN, che uscirà a settembre. Ho visto ora Pietra nera di Bertante e l’ho trovato un bellissimo libro e poi mi aspetto che esca qualcosa di nuovo da Einaudi, ma lo sto aspettando da tanti anni.

E se ti chiedessi un consiglio su un autore e un’autrice da riscoprire per un esordiente?

Sicuramente, io dico sempre, qualcosa di Fenoglio, e andrei serenamente sulla Malora, per iniziare. Poi un’autrice che consiglio sempre è Maria Rosaria Valentini, e la consiglio esattamente perché è un’autrice sconosciuta. E infine un autore che io amo molto che è Ugo Cornia, leggete Quasi amore.

Per quanto riguarda la scrittura, invece?

Leggi tanto, correggi tanto. Nulla è pronto e nulla è immortale in quello che scrivi.