Apriamo la nostra rubrica Bustawave, dedicata totalmente agli esordienti, con un’autrice che l’anno scorso mi colpì proprio per il suo testo particolarmente potente e ben riuscito. Lei è Giorgia Tribuiani, autrice di Guasti, pubblicato nel 2018 per i tipi di Voland.

Guasti è un’opera che affronta il tema del corpo, della perdita e dell’amore, attraverso il flusso di coscienza disperato di Giada, protagonista in lutto per la perdita del suo compagno, un famoso fotografo internazionale, che diverrà egli stesso un’opera d’arte venendo esposto plastinato all’interno di un una mostra. La narrazione si svolge, quindi, in una situazione estrema, proprio nei trenta giorni di allestimento della mostra, verso un countdown psicotico che condurrà Giada a fare i conti col proprio presente e a riflettere sull’idea di devozione, insita nell’amore, nei confronti dei corpi e dei ricordi.

Ciao Giorgia, partiamo subito da Guasti, il tuo romanzo d’esordio pubblicato nel 2018 da Voland. Puoi raccontarci qual è stata la sua genesi? 

L’idea è nata dopo aver visto una mostra di cadaveri trattati con la plastinazione, tecnica di conservazione dei corpi brevettata dall’anatomopatologo Gunther von Hagens: ad avermi colpito non erano tanto i cadaveri stessi, esibiti come “modellini” per mettere in mostra il corpo umano e le sue parti, quanto le persone che li osservavano. Mi sembrava, passeggiando per la mostra, che i visitatori non si rendessero conto di essere di fronte alla morte: commentavano i corpi come avrebbero fatto con un quadro o con una qualsiasi opera in mostra; i loro sguardi modellavano l’ambiente, trasformando quello che di fatto era un cimitero in un’esposizione scientifica con pretese artistiche.

Mentre tornavo a casa e riflettevo su questo, allora, è arrivato il famoso whatif che spesso è alla base del raccontare storie: cosa succederebbe, mi sono chiesta, se quell’ambiente venisse modificato da uno sguardo diverso? se qualcuno, entrando, non portasse più il punto di vista dell’osservatore, del curioso, ma quello di una persona guidata da un sentimento di amore verso uno di quei corpi? potrebbe, quel corpo, riacquistare la propria dignità attraverso il sentimento e la memoria?

Quando ho iniziato a scrivere il primo capitolo, e ho visto Giada guardare dal basso verso l’alto la pedana su cui era esposto il suo compagno plastinato, lui sotto i riflettori e bagnato dagli sguardi e lei nell’ombra, impossibilitata perfino al contatto, ho capito poi gran parte del rapporto tra i due, e da lì sono nati i loro guasti e il mio “Guasti”.

Parlando di scrittura: qual è stato il tuo approccio al testo? Avevi in mente già una struttura per il romanzo, un modello, o è nato tutto in divenire?

“Guasti” è nato quasi completamente in divenire. Sapevo di voler mantenere l’unità di luogo, ottenuta ambientando tutto all’interno della mostra, e in un certo senso anche di tempo, sviluppando tutta la vicenda nell’arco dei trenta giorni di esposizione del corpo. Ho capito quasi subito anche che avrei voluto organizzare i capitoli come fossero un countdown, dal numero trenta al numero uno, in modo che la struttura riflettesse l’angoscia di Giada di fronte allo scorrere del tempo e all’assottigliarsi dei giorni di permanenza della mostra, necessari per rimanere accanto all’amato. A parte questo, però, non sapevo dove la trama mi avrebbe portata: ho conosciuto il vigilante del piano di sotto, uno dei personaggi principali del romanzo, solo quando ha fatto il suo ingresso nella saletta con il fotografo plastinato, e quando il cartello “guasto” è comparso sulla porta della toilette non sapevo che sarebbe stato così necessario, così decisivo, per la vicenda di Giada.

Ora, che ho concluso il secondo romanzo e sono al lavoro sul terzo, non so se potrei approcciarmi al testo con la stessa dose di “irresponsabilità”.

Il Giocatore di scacchi immerso in profonda riflessione (Foto: Luca Zuccala © ArtsLife)

Per quanto tempo hai lavorato a Guasti? E in che modo sei riuscita a conciliare vita, lavoro e scrittura?

Ho concluso la prima stesura in quattro mesi, scrivendo davvero in ogni momento libero: il weekend, la sera, a volte anche durante le pause pranzo. In quel periodo lavoravo in ufficio full-time e provavo a destreggiarmi tra gli impegni cercando di non fornirmi degli alibi (tra i quali l’assenza di tempo è forse uno dei migliori) e ricordandomi che Carver scriveva in ogni momento utile facendo lo slalom tra il lavoro e la famiglia.

Un tempo ben più lungo, comunque, è stato quello delle revisioni. Ho lavorato alla lingua per quattro anni: prima da sola, concentrandomi sui passaggi tra prima, seconda e terza persona, e poi grazie anche ai consigli di Giulio Mozzi, che mi ha consigliato di insistere sul discorso indiretto libero e di estremizzarlo, in modo da passare dalla realtà all’allucinazione di Giada senza soluzione di continuità.

Durante il tempo della stesura o della revisione del testo, ti sei occupata solo del romanzo o hai coltivato e preservato le nuove idee scrivendo dei racconti?

Durante la prima stesura, che come accennavo ha avuto una durata piuttosto breve, mi sono concentrata solo sul romanzo. Le revisioni invece sono andate avanti – non continuativamente – per quattro anni, arco di tempo in cui ho lavorato alla prima stesura di un altro romanzo.

Per quanto riguarda i racconti, di cui mi chiedi nello specifico, ne ho scritti un paio, entrambi pubblicati quest’anno in antologia (“Strappi”, uno dei racconti a cui tengo di più, perché più viscerali, è uscito su “Polittico” di Caffèorchidea, mentre “Tana libera tutti”, che racconta un po’ il rapporto con il mio Abruzzo, è stato pubblicato su “Abruzzesi per sempre” di Edizioni della Sera). Devo ammettere, d’altra parte, di non essere un’autrice di racconti molto prolifica: mi trovo molto più a mio agio con le storie medio-lunghe, e spesso anche i miei racconti faticano a concludersi in meno di quindici pagine.

Come sei arrivata alla pubblicazione?

Ho avuto l’opportunità di conoscere Daniela Di Sora di Voland grazie al festival “L’anno che verrà, i libri che leggeremo”, organizzato dalla Biblioteca San Giorgio di Pistoia in collaborazione con la rivista The FlorentineLiterary Review.

Lucca Comics & Games 2017, photo Stefano Dalle Luche

Tra le tante e belle iniziative del festival figurava la possibilità di partecipare a degli incontri di scouting letterario con le case editrici E/O, Marcos y Marcos e Voland e con alcuni agenti: si trattava di veri e propri speed-date ai quali candidarsi inviando l’incipit del romanzo, una sinossi e una lettera di presentazione nella quale indicare l’interlocutore scelto e la motivazione (una richiesta utile, perché uno degli errori più grandi in cui gli aspiranti scrittori incappano è quello di fare invii randomici a tutti gli editori, senza consultare la linea editoriale e considerare l’effettiva corrispondenza tra quella e il proprio testo).

Quella dell’incontro con Daniela Di Sora, a cui proposi infine “Guasti”, fu una giornata splendida ma fin dall’inizio surreale: raggiunsi Pistoia in treno e, visto che si trattava di uno dei giorni del Lucca Comics, feci il viaggio in piedi, schiacciata tra Squall di Final Fantasy e Pennywise.

Puoi svelarci qualcosa del tuo nuovo romanzo? Rispetto a Guasti il tuo modo di concepire la scrittura è cambiato?

Non credo sia cambiato; piuttosto mi pare si sia evoluto, nei temi come nella scrittura.

“Blu”, il mio nuovo romanzo, è arrivato dopo “Guasti” e per me ha rappresentato la tappa successiva di un percorso: alcuni temi presenti nel mio libro di esordio – l’inadeguatezza, la ricerca degli alibi, la capacità dell’arte di convertire il dolore in qualcosa di bello – si sono in qualche modo esasperati. Per esempio, se in “Guasti” pongo la domanda: “può, l’uomo stesso, essere opera d’arte?”, in “Blu” entro nel mondo della performance art, un mondo che vede l’artista al centro dell’opera, che trasforma l’ossessione in rituale, che presenta la performance come la possibilità per l’uomo di essere ancora più vero che nella vita reale, ribaltando in questo modo il dualismo realtà-finzione (una performance, si dice, si distingue da uno spettacolo teatrale perché il sangue non è ketchup e la pistola spara davvero).

“Blu” è dunque la storia di una diciassettenne che soffre del disturbo ossessivo-compulsivo e che, venendo a contatto con la performance art tramite il liceo artistico dove studia, inizia a immaginare di poter trasformare la malattia, il disagio, in opera d’arte. Ovviamente le cose non sono così semplici, e infatti l’ossessione finisce per spostarsi dalla quotidianità di Blu al suo rapporto con questo mondo che conosce appena e alla performer che glielo mostra: inizia allora una storia di stalking.

L’ambientazione è molto meno perturbante di quella di “Guasti”, ma il viaggio interiore, a mio avviso, rende il libro molto più estremo.

E a livello tecnico, di approccio al testo, struttura?

L’approccio al testo è stato completamente diverso. Se con “Guasti”, come accennavo, la prima stesura è avvenuta di getto, “Blu” è nato dopo una lunga gestazione: volevo raccontare questa storia da tanto e prendevo appunti cercando di capire come raccontarla.

Ho studiato quindi il mondo della performance art (anche grazie a Giulio Mozzi e alla Bottega di narrazione, che mi hanno guidata) intervistando performer e leggendo il più possibile (un libro che consiglio a chi volesse avvicinarsi a questo mondo è senza dubbio il saggio di Ilaria Palomba, “Io sono un’opera d’arte”); ho lavorato sulla voce, perché volevo che a narrare fosse l’ossessione, e una volta deciso di raccontare in seconda persona ho letto testi che avrebbero potuto farmi da modelli, come “Le mille luci di New York” di Jay McInerney, “Diario d’inverno” di Paul Auster e “Un uomo che dorme” di Georges Perec.

A proposito di letture, per te quali son state quelle che proprio ti hanno formato?

Mi sono formata inizialmente sulla letteratura dell’orrore (a sedici anni, dopo avere incontrato i romanzi di Stephen King, mi sono immersa nei testi di Poe, Lovecraft, Stoker, Bloch) e poi, nel periodo universitario, ho sviluppato una vera e propria passione per la letteratura russa: ho amato e amo visceralmente Dostoëvskij, dai testi più brevi come “Memorie dal sottosuolo” ai capolavori tra cui spicca “I fratelli Karamazov”, ma ho letto quasi integralmente anche Gogol’, Puskin, Tolstoj e Bulgakov. Molto ho ricevuto anche dai testi della letteratura mitteleuropea: da Kafka, Meyrink e Perutz ho imparato per esempio come il magico potesse inserirsi in un contesto di estremo realismo, risultandone poi potenziato.

Tra gli italiani devo invece moltissimo a “Il male naturale” di Giulio Mozzi, che mi ha permesso di capire che cosa desiderassi davvero dall’arte.

Questi sono i libri e gli autori che ti hanno formato, ma se tu dovessi consigliare dei testi fondamentali ad un esordiente che si dovesse cimentare ora con la scrittura?

Lavorando in una scuola di scrittura ho imparato che non è possibile consigliare un libro giusto per tutti. Certo, consiglio di leggere i classici, che hanno sempre molto da insegnare e permettono di capire anche quali strade siano state percorse e quali no, ma al di là di questo credo che ognuno abbia bisogno di trovare i propri modelli: per esempio, se un aspirante scrittore volesse cimentarsi in un libro con molte voci, consiglierei “Mentre morivo” di Faulkner o “Rosso Floyd” di Michele Mari, mentre se volesse lavorare su un’unica voce deformante, su un narratore inattendibile, proporrei “Memoriale” di Volponi, “Il serpente” di Malerba o “Cosmo” di Gombrowicz.

Dal punto di vista dei testi didattici, invece, mi sono trovata estremamente bene con “L’officina della parola” di Giulio Mozzi, un testo ricco di esempi e di insegnamenti tratti anche da libri di altri maestri, da Aristotele a Carver passando per Poe.

Giorgia, ti chiedo un’ultima cosa, visto che ovviamente Radio Busta si occupa di esordienti, quali sono i consigli che daresti in generale ad un esordiente?

All’aspirante scrittore consiglio di porsi il più possibile delle domande – perché voglio raccontare questa storia? per quale motivo mi ossessiona? qual è lo stile migliore affinché il mio racconto sia il più possibile vicino a ciò che voglio dire? ci sono dei modelli a cui posso ispirarmi? – e di trovare il nucleo drammatico della storia prima di iniziare a scriverla, così da evitare di perdere la rotta.

Per quanto riguarda invece la pubblicazione, il mio consiglio è quello di cercare un agente, una persona in grado di trovare l’editore migliore all’opera di proporla. L’agente, se bravo, può essere non solo una guida, ma anche un interlocutore per capire i punti di forza della propria opera.